25 aprile 2008

Loro arrivano al cuore

Intervista esclusiva a Maurizio Cavallo: «Il tempo non esiste e una
grossa parte dell’intervento alieno nella storia dell’umanità, è
stata condizionata da noi stessi nel futuro… che torniamo nel passato»

Paola Harris e Lavinia Pallotta hanno incontrato Maurizio Cavallo, un caso di contatto fra i più interessanti e controversi. La lunga intervista è stata realizzata nell’abitazione di Cavallo, a Vercelli il 16 e 17 Febbraio 2007.

Maurizio Cavallo: «Quando si modificherà la conoscenza degli esseri umani ci sarà soltanto una scelta: la follia o la luce accecante da una visione completamente nuova, perché noi non conosciamo ancora nulla e tutto quello che crediamo di conoscere è falso. Scrivilo pure».
Paola Harris: È difficile camminare in questo spazio!
M.C.: «Non esiste nel cosmo una forza più distruttiva della proiezione del nostro alter ego. Noi siamo i creatori e al contempo i distruttori. Siamo noi che abbiamo creato questo mondo».
P.H.: Con la nostra energia? Con la nostra mente?
M.C.: «Noi abbiamo creato le cose che vediamo ogni giorno, che tocchiamo, che crediamo essere lì. È una visione completamente nuova. Forse, invece, l’uomo intuisce queste cose. Un tempo, nell’antichità,
l’uomo intuiva molto, almeno di queste cose. Sapeva di essere legato, di essere tessuto in maniera determinante all’universo che stava vivendo e continuava a vedere la creazione come un aspetto magico, una proiezione magica. Quest’uomo lo ha perso, ha perduto la realtà magica e quindi non conosce più né il mondo, né l’universo, e neanche se stesso».
P.H.: Non posso parlare per gli altri, ma sin da piccola sentivo che questa non era la mia casa... quando guardo la televisione, ascolto le notizie e osservo ciò che accade intorno a me, non mi ci riconosco, mi sento un’estranea! Non posso immaginare quello che sta succedendo intorno a noi. Sono consapevole che lo abbiamo creato noi e che siamo malati di testa!
M.C.: «L’umanità ha subìto uno shock, un trauma fortissimo, l’umanità si è allontanata dalla magia divina della creazione ed è precipitata nella consapevolezza illusoria, ha perduto il senso della vita e cerca di darle un senso. Può sembrare un concetto banale, ma non è così. Il senso della vita è molto semplice: la vita basta a se stessa».
P.H.: Io conosco questo concetto in inglese. Non ci crederai, ma queste erano le parole del figlio di Michael Wolf. Tu sei simile a Wolf. Mio Dio! Diceva: “il senso della vita è solo la vita stessa”.
M.C.: «E non c’è altro senso».
P.H.: Cosa ha provocato il nostro distacco dalla creazione, a differenza di eventuali civiltà aliene che non se ne sono distaccate?
M.C.: «A noi è capitata l’umanità terrestre. È avvenuto in un impeto di presunzione e di orgoglio quello che poi, egoisticamente...».
P.H.: ... la caduta?
M.C.: «L’umanità, allora, si era creduta all’altezza, la migliore umanità, quella perfetta, ma così non era. Orgoglio e presunzione non le hanno permesso di continuare a guardare la luce dalla quale era scaturita perché siamo tutti figli dello stesso... La vita sulla Terra è stata importata, noi siamo usati, siamo stati manipolati. La
manipolazione aliena non è un meccanismo degli ultimi tempi. Noi siamo i figli dei Creatori».
P.H.: Noi siamo alieni.
M.C.: «Noi siamo già alieni, siamo impastati. Quello che sta succedendo è solo la continuazione del programma e, durante questo processo, l’umanità si è inorgoglita, ha pensato di poter fare a meno della luce di quella che, religiosamente, si chiama Verità. Se sarà possibile, amplierò la questione nel secondo libro. Ora ho solo
accennato a questo disastro, apocalisse cosmica. Il Sole di allora, che era Giove, venne scalzato, nacque un nuovo Sistema Solare, sorse un sole nuovo che gli egiziani chiameranno Ra, il Sole che Vive. Quindi c’è stata una distruzione apocalittica.Quell’umanità, a causa di queste durissime prove, perse la memoria e la coscienza e rinacque con brandelli di sapere atavico che oggi sono percepiti soltanto nel sogno. Da questo sono scaturiti le religioni, i miti e le leggende, da questo sapere antico che l’umanità non possiede più. Questa è la perdita di... quella Grazia Divina nella quale l’uomo viveva quando usava completamente i due emisferi cerebrali, il sinistro e il destro. A grandi linee è stata una ribellione».
P.H.: Nella cultura occidentale prevale il pensiero scientifico cartesiano logico. C’è l’annullamento dell’emisfero destro. Tra i nativi americani c’è tutta un’altra cultura, loro usano il lato destro dove si trova la verità.
M.C.: «Infatti, i nativi americani hanno continuato a recuperare perché anche loro, come gli Incas, i Maya, i Toltechi, hanno continuato a recuperare attraverso quella che era la tradizione orale, hanno continuato a recuperare il sogno dei propri avi. Quindi, pur vivendo in questa dimensione, non l’hanno mai reputata reale.
Loro sono ancora un popolo magico. Noi abbiamo paura della magia perché, quando ne parliamo, parliamo di qualcosa di negativo».
P.H.: È tutta colpa della Chiesa.
M.C.: «È colpa della perdita di memoria ancestrale perché, vedi, quanto hai detto è esatto. A me risulta, però, che il problema non derivi dall’eliminazione della parte destra. Essa è stata, in realtà, inibita dai Creatori stessi che hanno interrotto la trasmissibilità di questa capacità a livello di DNA. Noi non potremmo in nessun caso
usare la parte destra».
P.H.: Ma chi l’ha fatto?
M.C.: «I Creatori, gli Alieni».
P.H.: L’hanno fatto?
M.C.: «Sì, perché eravamo diventati troppo pericolosi a causa di quell’atto di orgoglio. Avevamo la conoscenza ma non avevamo la saggezza. L’uomo era diventato pericoloso quindi è un’interruzione voluta. È banale, ma è come se tu affidassi un fucile carico ad un bambino. Se sei saggio non lo farai e toglierai il fucile dalla portata del bambino. Loro hanno tolto, hanno inibito questo segmento di DNA. Anche la scienza dice che il nostro DNA è carente; manca qualcosa e sono stati Loro a disattivarlo».
P.H.: A tutti?
M.C.: «Di massima, l’hanno disattivato all’umanità in tempo. Infatti, se ci venisse data la Verità, se potessimo guardare oltre l’illusione, impazziremmo perché la Verità è un fuoco che brucia. Questo tu lo sai, i Nativi americani lo sanno. Ecco perché il processo di allargamento della coscienza è individuale e non può essere collettivo. È come se fossimo sottoposti ad una ennesima prova. Se riusciamo, attraverso la volontà ad arrivare ad un certo punto... adesso molti saranno i cambiamenti che stanno per giungere e tra non molto sarà di nuovo attivato il completo funzionamento del nostro DNA perché il codice genetico si dovrà mutare per poter
sopravvivere in una dimensione nuova».
P.H.: Non mi piace tirare giudizi, ma l’umanità ha problemi adesso.
M.C.: «Neanche a me piace, infatti, non mi sento né prescelto né superiore agli altri, però mi sento diverso, migliore o peggiore non lo so, ma mi sento in ogni caso diverso e desideroso di conservare questa mia differenza, questa diversità. Qualcuno mi reputa folle, può anche darsi che lo sia, ma amo questa follia perché ho iniziato a comprendere... a cambiare la mia esistenza, tornare indietro nel tempo anche se non ho mai vissuto, come dicevi tu poc’anzi, amalgamandomi col mondo, nemmeno da bambino. Mi sentivo un pesce fuor
d’acqua, mi sentivo in un mondo... sin da bambino non capivo la logica degli adulti, non comprendevo i loro discorsi; vedevo gli adulti che si scannavano per risolvere un problema che per me, nella mia mente di bambino, era già risolto. È stata una crescita molto lenta, a fasi alterne, sempre dolorosa perché anche da bambino mi estraniavo dai coetanei e non mi sentivo bene, non stavo bene con gli altri, quindi questa differenza c’è sempre stata, fin dall’inizio. Poi è diventata una differenza cosciente. Ho preso coscienza del perché di tante cose, del perché rifiutassi l’educazione scolastica, del perché, quando mi si diceva che gli egiziani avevano costruito le piramidi io, istintivamente, sapessi che non era vero. Non avevo risposte, non potevo fornire una risposta alternativa e contraddire quegli assurdi precetti, ma sapevo che erano falsi».
P.H.: Sei stato educato con una fede?
M.C.: «Sì. I miei genitori erano cattolici e mi mandavano all’oratorio. Ho fatto il Battesimo perché mi hanno battezzato senza chiedermelo. Ho fatto la Comunione ma, quando è arrivato il momento di fare la Cresima, ho rifiutato, anche se non sapevo bene perché. Poi mi sono sposato senza Cresima, il sacerdote non voleva sposarmi, voleva procedere prima alla Cresima e io dissi: “Allora non mi sposo” e mi ha sposato senza Cresima. Mi sono sposato senza avere questo sacramento. C’era già una diversità. Era, comunque, una diversità non compresa, era larvale, latente. Poi, piano piano, dopo l’81 c’è stata una presa di coscienza. C’è stata la prima volta che mi sono guardato allo specchio, dopo l’81, e non ho più visto il mio volto, non mi
sono riconosciuto... comunque non lo dico con spirito di compassione nei miei confronti perché, ripeto, oggi rifarei tutto ciò che ho vissuto. Ieri ho dubitato di queste entità, continuavo a metterle in discussione, forse questo mi ha salvato dalla follia. Cercavo di arrampicarmi, di aggrapparmi a qualche cosa di solido perché Loro sono entrati nella mia vita polverizzando tutto ciò che sembrava, che io credevo fosse, reale. Mi hanno tolto la terra da sotto i piedi, mi hanno denudato, spogliato, scorticato e li ho odiati e, mentre li odiavo, senza saperlo cominciavo ad amarli. Non è un problema per me anche se... tu hai detto una cosa giusta: “Le fotografie avranno senso”, sì un senso forse, ma non per tutti».


P.H: Io ho visto sul sito le astronavi di luce e qualcosa mi hanno comunicato... l’impatto è stato qualcosa di grandioso... insomma, ci sono rimasta di sasso.
M.C.: «Questo è il motivo per cui mi hanno fatto fotografare e continuano a farmi fotografare. Io la prima foto la chiesi per me stesso. In un secondo contatto, quando mi prelevarono per la seconda volta, io avevo bisogno di una qualche prova materiale, altrimenti sarei impazzito perché, quando tornavo a casa, quando mi lasciavano, io non credevo più a nulla. Mi stava sfuggendo di mano la realtà quotidiana che avevo avuto fino al giorno prima. Quest’altra realtà non riuscivo ancora a comprenderla e mi sono trovato senza supporti.
Ho tentato di parlare con delle persone, ho tentato di raccontare perché avevo bisogno di sfogarmi, di cercare aiuto, avevo bisogno di aiuto. E ho visto sguardi di sufficienza; qualcuno mi guardava e diceva: “Questo qui è malato”! Ciò ti porta a nasconderti, a tacere e questo mi faceva ancora più male. Quindi ho chiesto a Loro di poter portare a casa qualcosa che, anche a distanza di giorni dall’accaduto, potesse dire al mio cervello: “Non stai impazzendo perché qui c’è una foto che testimonia che non è stato tutto un sogno”. Ho fatto una foto e l’ho portata a casa. Se avessi visto che la foto era nera e che non era venuto fuori nulla dallo sviluppo avrei capito che la mia follia era ormai galoppante. Per questo ho chiesto loro di poterli fotografare e mi hanno fatto fotografare nella base in cui sono stato portato».
P.H.: Nel Mar Tirreno?
M.C.: «No, tu devi leggere il mio libro».
P.H.: Non ho potuto ancora leggerlo, mi dispiace.
M.C.: «Quando mi hanno prelevato la prima volta, quando mi hanno rapito, mi hanno portato in una base nel sottosuolo amazzonico. Una base sotterranea che hanno in Amazzonia. La seconda volta, ho avuto il coraggio, pur tremante, di chiedere di fare una fotografia e Loro mi hanno risposto di sì (anche se con Loro parlare era superfluo, visto che erano in grado di leggere direttamente nella mia coscienza; non avevo neanche il tempo di formulare un pensiero che Loro già sapevano cosa avrei detto). La comunicazione era immediata».
P.H.: Bello.
M.C.: «Non si può parlare neanche di telepatia, è quasi una connessione simultanea. La loro mente era nella mia e probabilmente il mio cervello era tutto in balìa del loro potere. Quindi questa trasmissione è immediata, nel momento in cui sto riflettendo e dico: “Adesso chiedo... adesso chiedo...” mi hanno risposto di sì immediatamente. Ho sentito il sì, non so se riesco a spiegarmi».
P.H.: Posso interromperti un momento? Tu oggi sei molto diverso da ieri. Oggi sei arrivato subito al sodo della tua esperienza; in una maniera così bella e incisiva, netta... cercherò di fare un buon lavoro.
M.C.: «Stai tranquilla, la parola è comunque energia. Stai tranquilla».
P.H.: Sono molto emozionata ed è importante che io sia fedele alla tua esposizione. È importante che il messaggio arrivi integro a quelle persone che ne hanno bisogno.
M.C.: «Sai perché hai percepito la mia diversità oggi? Perché io sono più in sintonia».
P.H.: Sto pensando a chi c’è dentro di te. Ieri eri così diverso.
M.C.: «Se vuoi continuiamo, dal momento in cui chiesi di fare le foto, per mio bisogno personale. E mi venne dato il permesso. Dopo aver scattato le foto ero contentissimo perché il mio pensiero era: “Adesso sì che quando...” ed era un pensiero istantaneo. Capita a tutti di pensare un discorso intero in pochi istanti e io sapevo già che quelle foto ora avrei potuto mostrarle ad altri e quindi farmi credere. Mi sarebbero state d’aiuto per convincere altri che stavo vivendo un’esperienza reale... ma, subito dopo aver fatto questi scatti mi fu comunicato, sempre in maniera istantanea, che dovevo tenere le fotografie per 10 anni senza farle vedere a nessuno e, quando mi capitava - e mi è capitato diverse volte - di discutere con delle persone, parlare con delle persone, sentire lo scetticismo, sto parlando di 20... dall’81 quanto tempo è passato? Sono un po’ di
anni... Allora c’era più scetticismo. Oggi sembra che l’umanità si sia aperta un po’ di più... Allora, quando mi trovavo in mezzo a questi contrasti il mio pensiero era: “Ora vado di là, prendo le foto e...”, ma poi mi costringevo a non farlo. Ho obbedito per 10 anni, quindi il rapporto che ho con le foto non è mai stato improntato alla necessità di usarle come testimonianza della mia esperienza. Mi importava di più raccontare, lasciare che poi le persone analizzassero le mie parole e che qualcosa, in quelle parole giungesse alla coscienza dell’individuo. Bastava che ci credesse oppure no. Quello che ho vissuto e che sto vivendo non me lo può
togliere nessuno, quindi le foto per me non rappresentano una testimonianza, un avallo alla mia esperienza».
P.H.: Gli ufologi non perdonano ai testimoni il fatto che essi si trovino a vivere esperienze che loro inseguono...
M.C.: «lI mio cruccio, ultimamente, da un po’ di tempo è anche il cruccio da parte… quasi aborro le persone che si creano dei contatti attraverso i canali».
P.H.: Il channeling.
M.C.: «Perché, in realtà, anche se è vero che tutti siamo canalizzatori, che tutti possiamo percepire, ricevere, è altrettanto vero che il nostro cervello elabora questi dati, li trasforma e li inquina. Oggi abbiamo una grande mole di materiale e di concetti espressi anche in molti dubbi... un oceano di confusione creata anche
da tutto il gran parlare che si fa di Grigi, Rettiliani etc... non c’è da aver timore, non c’è da aver paura. Non c’è da scegliere se ci sono i buoni o cattivi. È molto semplice. Noi siamo comunque proprietà di esseri che giungono da altrove».
P.H.: Mio Dio, che parole! Non ha un significato troppo negativo? Invece che “di proprietà” possiamo dire che “siamo imparentati con...”?
M.C.: «Noi siamo loro proprietà e lo abbiamo sempre saputo, solo che il nostro orgoglio, l’orgoglio dell’individuo e della razza umana è così grande da sottovalutare questa verità assoluta».

Nessun commento: